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III Domenica di Avvento - Anno C

III Domenica di Avvento - Anno C

Come la folla, dopo aver ascoltato e accolto l’invito della parola di Dio, scesa su Giovanni, a realizzare “opere degne di conversione” (cfr Lc 3, 1-9), interroghiamo lo stesso profeta: “che cosa dobbiamo fare?” (Lc 3,10).  Ci viene risposto: condividi l’essenziale, dalle vesti per ricoprire il nudo corpo, alla giustizia nei rapporti reciproci, perchè la condivisione con l’altro è la dimostrazione della vera conversione.

Dovremmo ricordarlo soprattutto noi cantori perché spesso esortiamo le assemble liturgiche con la musica e le parole dell’inno “dove la carità è vera e sincera là c’è Dio”. E proprio alla vera carità che il Battista invita. Una conversione del cuore interiore, cioè dei soli sentimenti, non è un vero cambiamento di mentalità. La vera carità viaggia nel “letto” di tutta la persona per sfociare dai “piedi”, già dalla parte più bisfrattata del corpo eppure quella che ci consente di camminare, agire, realizzare la vita. Un cambiamento, cioè, che diventa visibile affinchè il Vangelo sia vivibile nelle nostre strade del tram-tram quotidiano. Non si tratta di aiutare, né di dare il superfluo, ma di imitare la povera vedova del vangelo (Mc 12, 38-44), si tratta di partecipare alla vita dell’altro come il Samaritano (Lc 10, 25-37), si tratta di farsi prossimo più che di cercare il prossimo.
Di fronte a questa indicazione evangelica ci chiediamo: Come è possibile un tale stile di vita? “Nulla è possibile all’uomo senza Dio, anzi nulla è impossibile a Dio; questa è la verità. Non è l’uomo che decide di donare, piuttosto egli vive il dono come una risposta. Non è l’uomo che mette in moto la comprensione della verità, piuttosto egli si impegna ad ascoltare. Non è l’uomo che realizza il cambiamento, piuttosto egli riceve in dono una trasformazione. Giovanni in questa domenica ci ricorda che il battesimo di Gesù dona lo Spirito Santo e il fuoco, dona cioè la “passione” per la vita della carità. Allora, anche per l’agire morale personale l’uomo vive il primato della grazia. Dio, in Gesù che è il veniente, realizza nell’uomo la carità operosa e globale nella misura in cui l’uomo è costantemente disponibile verso Dio.
In questa chiave del primato di Dio nella carità globale dell’uomo ha senso riascoltare la prima lettura: Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia». Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia». (Sof 3, 14-18). Il profeta ci chiede di prendere consapevolezza che Gesù ha revocato la condanna per l’uomo, ha disperso il nostro nemico, l’oppositore alla carità, rinnovandoci nell’amore. “Ecco quant’è bello e soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 133). “Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, dall'amore che avrete a vicenda” (Gv 13,35). Oh! Se è così, quan’è bello rallegrarsi nel Signore! Ha abbassato colline, monti, … per farci condividere il nostro pane quotidiano e superare ogni altro ostacolo che impediva il nostro isolato camminare.  “Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!” (Fil 4, 4).
Infine, vi auguro “scomodamente” un santo Natale con le parole di un profeta dei nostri tempi:
Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.  Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.


Vicariato di Roma
Piazza san Giovanni in Laterano 6/A
00184, Roma
T: +39 0692938760

 

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