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Schola Cantorum Summa Vox

Il coro interparrocchiale dell’Unità Pastorale di Sommatino ha assunto il nome Summa vox. Nella Sacra Scrittura l’imposizione del nome indica una missione da parte di Dio, una Sua azione o chiamata legate alla persona che porta il nome indicato dal Signore stesso... In termini più modesti, ma ugualmente importanti, lo è anche per il nostro coro. La scelta del nome Summa vox è stata doppiamente ispirata: da una parte dal tipo di servizio che un coro liturgico sa di dovere svolgere, dall’altra perché questo nome è capace di rispecchiare l’unità pastorale del nostro paese, infatti Summa è l’abbreviazione dialettale di Summatinu. Vi è poi un altro significato. Le due parole latine significano Somma voce. Il coro della nostra comunità non ha la presunzione di cantare con “voce somma”, ma vuole avere dinanzi la sua missione di bellezza: rispondere, essere eco, fare udire la Voce Bella e Somma. Come Giovanni Battista, il coro è chiamato ad essere voce della Bella Parola Somma. «Giovanni è la voce che passa, - scriveva sant’Agostino - Cristo è il Verbo eterno che era in principio. Se alla voce togli la parola, che cosa resta? … un vago suono». Nelle celebrazioni, il canto del popolo di Dio deve risuonare come un’eco della Parola che è Cristo. Insegnava il Servo di Dio, il Papa Paolo VI: «Il canto di lode, che risuona eternamente nelle sedi celesti, e che Gesù Cristo Sommo Sacerdote introdusse in questa terra di esilio, la Chiesa lo ha conservato con costanza e fedeltà nel corso di tanti secoli e lo ha arricchito di una mirabile varietà di forme». Il coro, allora, vuole aiutare l’intera assemblea dei fedeli ad essere introdotta nel canto sacerdotale di Cristo, Parola somma del Padre. Per fare questo si propone delle scelte concrete: anzitutto tentare, lentamente, di tornare a cantare la Parola. La tradizione liturgica romana prevede per la Messa il canto di antifone e salmi già indicati negli stessi libri liturgici, il tutto preso per il 90% dalla Sacra Scrittura. La musica può variare da luogo a luogo e di tempo in tempo, tenendo presente però la preminenza della melodia gregoriana. Il Concilio Vaticano II (SC 121) chiede che «I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche». La costituzione apostolica di Paolo VI con cui promulga il Messale Romano dice che «Il testo del Graduale Romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è stato cambiato». Benché sia possibile adattare altri canti, possiamo forse abbandonare il canto della Parola di Dio e dei testi liturgici? La seconda scelta concreta è quella di non posizionare microfoni davanti al gruppo dei cantori, tranne, ancora, in alcuni casi specifici di voci soliste. Questo strumento, «dando l’illusione della prossimità e dell’immediatezza…; [con la sua] sonorizzazione, artificiale e artificiosa, ha evaquato il suono, che è un’arte» (F. Cassingena). Si può avvertire, invece, senza di esso, il “viaggio santo della Parola” che viene e va, l’eco del suo risuonare che, probabilmente, ci chiederà di regolare in modo diverso il volume troppo alto, a volte assordante, a cui il mondo vuole abituare le nostre orecchie. Lasciamoci condurre in questo santo viaggio, cantiamo e camminiamo!

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«Come cantare i canti del Signore?...»

«Come cantare i canti del Signore?...»
L’introduzione al Messale Romano, al numero 41, dice: «Si dia la preferenza al canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana. Gli altri generi di musica sacra, specialmente la polifonia, non sono affatto da escludere, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica». Considerando questa indicazione possiamo porci almeno due domande: 1) Perché preferire il canto gregoriano? 2) Quando gli altri generi di musica rispondono allo spirito dell’azione liturgica?
 
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  • via G. Belli, 2
  • CAP: 93019
  • Città: Sommatino

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